Magazzino 18

Album di famiglia

Siamo partiti in un giorno di pioggia, cacciati via dalla nostra terra
che un tempo si chiamava Italia, e uscì sconfitta dalla guerra.
Hanno scambiato le nostre radici con un futuro di scarpe strette,
e mi ricordo, faceva freddo l’inverno del quarantasette...
E per le strade un canto di morte, come di mille martelli impazziti,
le nostre vite imballate alla meglio, i nostri cuori ammutoliti
siamo saliti sulla nave bianca, come l’inizio di un’avventura,
con una goccia di speranza, dicevi “Non aver paura!”.

E mi ricordo di un uomo gigante, della sua immensa tenerezza
capace di sbriciolare montagne, a lui bastava una carezza.
Ma la sua forza, la forza di un padre, giorno per giorno si consumava,
fermo davanti alla finestra, fissava un punto nel vuoto, diceva:

      Ah...come si fa? A morire di malinconia per una terra che non è più mia,
      che male fa, aver lasciato il mio cuore dall’altra parte del mare...

Sono venuto a cercare mio padre in una specie di cimitero,
tra masserizie abbandonate e mille facce in bianco e nero,
tracce di gente spazzata via dall’uragano del destino,
quel che rimane di un esodo, ora, riposa in questo magazzino.
E siamo scesi dalla nave bianca, i bambini, le donne, gli anziani,
ci chiamavano “fascisti”, eravamo solo italiani,
italiani dimenticati in qualche angolo della memoria,
come una pagina strappata dal grande libro della storia...

      Ah...come si fa? A morire di malinconia per una vita che non è più mia,
      che male fa, se ancora cerco il mio cuore dall’altra parte del mare...

Quando domani in viaggio arriverai sul mio paese,
carezzami ti prego il campanile, la chiesa, la mia casetta.
Fermati un momentino, soltanto un momento,
sopra le tombe del vecchio cimitero,
e digli ai morti, digli, ti prego,
che no dimentighemo.